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lunedì 1 ottobre 2007

Woman on men

Scrivo d'impulso queste righe ripensando a alcuni eventi accaduti la scorsa settimana.
Quando si parla di molestie sulle donne, quasi automaticamente sono portata a pensare alle molestie fisiche, alle violenze sessuali. Certo questo è il limite. Consideriamo invece che molto più frequentemente una donna viene molestata anche quando non è fisicamente toccata ma "solo" apostrofata con epiteti più o meno volgari, più o meno "amichevoli", ma quasi sempre NON richiesti. Ci sono casi poi in cui non viene detta alcuna parola ma la gestualità è inequivocabile.
Questo mi è successo la scorsa settimana, non una, non due ma tre volte.
Non voglio raccontare quello che è successo: non è l'intento di questo post e ho il celato timore che quello che andrei a scrivere potrebbe risultare talmente banale e comune che qualcuno potrebbe pensare "Beh, tutto qui?".

Voglio scrivere invece come può essere umiliante e frustrante per una donna essere oggetto di commenti eleganti del tipo "bella figa" o "bella gnocca" quando non sono richiesti e del tutto gratuiti; quando vengono detti come se fosse un complimento e tu dovresti come donna, secondo il pensiero del "mittente", esserne lusingata e dimostrare quindi una sorta di complicità e il tuo silenzioso assenso a atteggiamenti di questo tipo.

In passato mi sono spesso posta il problema se in fondo queste non fossero cose di poca importanza, e mi sono risposta che, in fin dei conti lo erano dal momento che ad una donna possono succedere cose ben più gravi e che poi, a ben vedere, non ti è stato detto che sei una cozza.
Con il passare del tempo invece mi riesce sempre più difficile accettare e tantomeno giustificare comportamenti di questo tipo. Cambia la consapevolezza di sé stessi e cambiano le idee.

Che cosa dovrei dedurre da questi atteggiamenti?
Che chi li fa pensa che una donna dovrebbe essere abituata a ricevere questi apprezzamenti? Che dovrebbe esserne lusingata? Che dovrebbe prenderli come una battuta amichevole quando arrivano da persone che frequenti tutti i giorni per lavoro?
Beh, a chi la pensasse così dico che NON è così.

A chi la pensasse così consiglio di provare ad immaginare la reazione istintiva verso un uomo che si rivolgesse così a donne a loro vicine (madri, sorelle, mogli, figlie, amiche). Invito a pensare al contrario e a mettersi nei panni di chi riceve il commento.
Più che mandare l'individuo a quel paese cosa puoi fare? Mettergli le mani addosso non puoi anche se vorresti tanto. E in quei casi assicuro che il semplice "Vaffa", seppure liberatorio sul momento, non serve a molto quando a mente fredda cominci a pensare a PERCHE' una persona che non conosci, o ancora peggio, che conosci si sia rivolto a te in quel modo.
Razionalmente la spiegazione non l'ho trovata e la frustrazione rimane.

venerdì 14 settembre 2007

Are we that different?



Di ieri la notizia che vede protagonista Roberto Calderoli quale organizzatore del "maiale day".
Il Vicepresidente del Senato vorrebbe portare a spasso i rosei suini sul terreno destinato all'edificazione di una nuova moschea a Bologna, contaminando il suolo e impedendo così la costruzione del luogo di culto .
E dato che il personaggio è un uomo di stile, la boutade arriva proprio nella giornata di inizio del Ramadan.
A queste enormità mi piacerebbe rispondere con questo video che mi è capitato per caso di vedere su Blob ieri sera.
Lo si trova su AVAAZ.ORG

P.S: ...Io la petizione l'ho firmata

martedì 26 giugno 2007

Equilibrio



Cosa significa danzare?
Danzare vuol dire muoversi a tempo di musica.
Per danzare, quindi, è importante sentire il ritmo e coordinare i movimenti del proprio corpo.
Per danzare è necessario trovare l’equilibrio.
Il punto di equilibrio può cambiare a seconda del ballo: può essere quello conquistato delle punte di gesso della danza classica o quello gridato dalle scarpe pesanti che seguono i ritmi della strada; quello mediato delle scarpette dei balli di coppia o quello ritrovato dei piedi nudi delle danze orientali.
Per quel che mi riguarda ho scelto l’ultimo.

Poco tempo fa la mia insegnante di danza del ventre mi ha raccontato la storia di una sua allieva. Ho subito pensato che questa storia rappresentasse, nella sua semplicità, una formidabile metafora della vita.

Questa ragazza aveva cominciato a frequentare un corso di danza del ventre dopo aver ballato il tango per anni. Aveva appena cominciato le lezioni e si accorse subito che non riusciva a mantenere l’equilibrio. Esiste una regola fondamentale nel tango: l’uomo conduce, la donna segue. La ballerina danza appoggiandosi al compagno in una posizione asimmetrica e sbilanciata e, in questa posizione, segue il compagno che la “porta” nel ballo.

Così, quando per la ragazza è arrivato il momento di danzare da sola, di sentire il proprio peso sui suoi soli piedi e di percepirne gli spostamenti, semplicemente le succedeva di perdere l’equilibrio.
Non so se abbia proseguito le sue lezioni di danza del ventre o se abbia abbandonato, ma quello che ho visto in questa storia è un’immagine potentissima della vita al femminile.

Personalmente sento nella danza orientale la forza e la ricchezza di una femminilità nascosta alle donne per prime. Non credo sia sempre stato così. Credo piuttosto che le donne abbiano perso parte di sé inseguendo il miraggio di voler essere uguali agli uomini e in questa corsa verso un'immagine maschile abbiamo rinunciato a una femminilità che non si conformava con quello che stavano perseguendo. La questione è che le donne non sono e non potranno mai essere uguali agli uomini. Una volta che ci si rende conto di questo credo sia importante, allora, cominciare a cercare un nuovo equilibrio che si fondi questa volta sull'essere donna.


È incredibile di quanti muscoli nuovi scopro l’esistenza ogni volta che ballo e mi piace pensare, in questo modo, di star conquistando un po’ di consapevolezza in più.
Con la danza intraprendo uno dei tanti viaggi dentro di me.
Forse è questa una strada, ritrovare un po' di sè sentendosi in equilibrio sui propri piedi nudi.

C'è un bel posto a Bologna dove si dibatte lungamente su questi temi è la Libreria delle donne

mercoledì 31 gennaio 2007

UnaQuestioneDiCarattere

Quando vedo il mio capo seduto davanti al computer mentre tenta di usare quella macchina così misteriosa mi vengono i sudori freddi.

Intendiamoci, è una persona straordinaria nel suo lavoro: esuberante, creativa, originale. Ha la capacità di ricavare degli oggetti meravigliosi da cose insignificanti e di sconvolgere le prospettive con soluzioni impensate. Un vulcano.

Tanta è la perizia nell’atto creativo quanto il candore davanti a un pc.

Ieri.
Lo trovo in ufficio seduto alla scrivania che solitamente occupo io.
“Un attimo”, mi dice, “finisco di nominare queste foto che ho appena scaricato e poi ti cedo il posto”. “Ok, fai pure”, gli faccio, avvicinandomi alla sua postazione facendo la vaga.
Osservo il puntatore del mouse che disegna strane e inconsapevoli volute sul monitor, sento il rumore di click a vuoto su pulsanti non attivi e noto con curiosità apostrofi nei nomi dei file.

Apostrofi
L’apostrofo è un carattere accettato nella nominazione dei file ma quanti utenti consapevoli lo userebbero se dovessero dare al proprio documento il nome, cito, “30 gennaio 2007 l’oggetto”? Non è una perdita di tempo inserire quel carattere nel nome di un file?
Poche ore dopo mi capita di leggere una mail che ha scritto: nessuna traccia di apostrofi dopo gli articoli indeterminativi seguiti da nomi femminili...
Sarà una questione di contesto o degli imperscrutabili misteri della grammatica italiana?